venerdì 3 febbraio 2012

Benvenuti nella giungla by Mario Monti



Quando Monti dice che “i giovani devono abituarsi all'idea di non avere un posto fisso per tutta la vita” sta parlando davvero ai giovani? Se si, quali sarebbero i giovani che pensano realisticamente che gli spetterà un posto fisso per tutta la vita? Oggi Monti ha voluto precisare la frase sulla monotonia del posto fisso che gli era imprudentemente sfuggita l’altra sera, ma non è riuscito nell’intento, perché il problema non stava tanto nella parte ironica del suo discorso quanto piuttosto in quella quasi seria. Monti infatti ha glissato sulla monotonia e ha ripetuto il messaggio ai giovani. Perché?

Le ipotesi che si possono fare sono due.

La prima è che Monti non abbia la minima idea né di quello che dice né di ciò che sono il mercato del lavoro e la società italiana oggi. Io ho superato da tempo la soglia oltre la quale l’Istat mi considera giovane e un posto fisso non ce l’ho mai avuto. Mi ci sono già abituato a quell’idea, così come ci si sono abituati i miei amici e coetanei. Possibile che un vent’enne oggi si immagini ancora di entrare a lavorare in un’azienda per uscirne a 67 anni? Non credo.

La seconda ipotesi, più realistica, è che la parte del discorso da prendere seriamente in considerazione sia un’altra, quella cioè dove dice che “per arrivare a dare un lavoro ai giovani bisogna tutelare un po' meno chi è già molto tutelato, quasi blindato nella cittadella, mentre c'è chi si trova quasi in una situazione di schiavitù, in una forma estrema di precariato”. Non sono dunque i giovani, che già ne sanno qualcosa, a doversi abituare all’idea che il posto fisso per tutta la vita non esiste più, ma i meno giovani, quelli che pensavano o speravano di averlo trovato e che presto si ritroveranno anche loro a vivere l’emozionante e mai monotono mondo della precarietà. Quello dove riuscire a pagare le bollette è una sfida degna di Mission Impossible e dove per annoiarsi un po' tocca fare parapendio.

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